Nel Medioevo, in Scandinavia, per proteggere i defunti nel corso del loro viaggio verso l'aldilà, venivano usate delle lapidi, chiamate
pietre runiche: poste sulle tombe all'atto della sepoltura, riportavano incise delle lettere dette rune: << E' un alfabeto molto particolare, in cui ogni lettera corrisponde a una parola della lingua germanica e perciò ha un significato al di là del proprio suono>>. La mamma mi aveva elencato le ventiquattro rune:
fehu 'bestiame',
uruz 'toro selvaggio',
purisaz 'gigante',
ansuz 'dio', e così via. E me le aveva insegnate, senza tuttavia rivelarmi il loro segreto. Non poteva.
Eppure le rune avevano un segreto. La parola stessa runa deriva dal gotico e significa 'cosa segreta', 'mistero'. E secondo la mitologia nordica il dio Odino sacrificò un occhio per conoscere il segreto delle rune. Così, mentre la mamma era attratta dagli aspetti praticidelle rune, io ero affascinata dal loro mistero. Sapevo che venivano utilizzate per la divinazione e i sortilegi ed ero ammaliata dall'idea che potessero trasformare un gesto terreno e concreto come la scrittura in un atto magico.
Poso il badile e giro per il prato finchè non trovo una grossa pietra e un sasso appuntito e lavoro un'ora per scolpirla. Vi incido
berkana, la runa della femminilità e della guarigione, e
isa, la runa dell'inverno affinchè possa proteggere la mamma dal freddo. E
Tiwaz, la runa del dio Tiw, simbolo di giustizia e verità. E
cen, o
kaunaz, il segno del fuoco, affinchè riscaldi la mamma nel suo viaggio. E infine
hagalaz, la runa della grandine e dell'arcobaleno e dell'umorismo, perchè ho la sensazione che l'umorismo sia qualcosa di cui io e la mamma abbiamo bisogno. In cido i simboli da destra a sinistra, secondo le convenzioni della scrittura runica. Sull'altro lato dell apietro incido
dagaz, la runa del giorno, perchè, sapendo che la mamma scenderà sottoterra, voglio che sia accompagnata dalla luce.
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